CONSIGLI DI LETTURA

L'OSTERIA

20/10/2019

Mario Luzi
da "Onore del vero", 1957

Condensato di motivi luziani, quest'altro quadro autunnale in un borgo toscano di montagna, dove il vento sferza le pietre, quasi limandole ("affila" v. 1), e diffonde intorno odore di fumo e di legna. Il borgo è un borgo dimesso, fatto di "case" e "topaie" (v. 4), nella cui osteria si trova il poeta, solo, come uno spettatore che guarda (v. 7) il tempo e la vita scorrergli intorno, sospeso in una sorta di vigile indolenza: la scena si anima di presenze umili e quasi insignificanti, umane e non - l'oste, sua moglie, il bracconiere, il venditore ambulante, la lepre, la pecora -, che compiono ciascuno la fatica del vivere attraverso gesti quotidiani ripetitivi e sempre uguali a se stessi - scrivere il giorno sul marmo, armeggiare intorno al fuoco, aggirarsi per la caccia, recarsi a fiere e mercati, balenare alla vista in mezzo ad un campo, fare ombra. Il poeta tutto osserva, e attende "chiunque verrà qui" (v. 13), di passaggio o per sostare: una presenza che, sebbene illusorio sperare salvifica ("Altri non è da attendere" v. 21), e se pure destinata soltanto ad un fugace passaggio e scambio di parole (vv. 21-23), valga almeno a spezzare l'inerzia e la solitudine di quelle "terre avare" (v. 16). Inghiottiti di nuovo gli avventori dalla bufera che imperversa fuori, resta l'infinita, vacua monotonia della vita sempre uguale, che si materializza nel suono prolungato "di stoviglie smosse" (v. 24). E il poeta non può altro che continuare a guardar fuori e attendere, reggendosi saldo al proprio presente ("tra passato ed avvenire" v. 27), come è giusto o - precisa con una punta di realistica e dolente disillusione - come il cuore è in grado di sopportare.

Consiglio di Gaia Lazzarini