CONSIGLI DI LETTURA

RISVEGLIO

08/10/2019

Pierluigi Cappello
(da "Mandate a dire all'imperatore", Crocetti, 2010)

Tutto il (non)senso del vivere sublimato in soli dieci versi. Un giorno che sembra un giorno qualsiasi il vuoto si spalanca dietro di noi. Invano ci si è sforzati di non inaridire insieme alla vita, desolazione irta di pietre sparse e tegole rotte. È il momento che segna il discrimine di ogni esistenza consapevolmente vissuta: lo sgomento, impreveduto e imprevedibile, di fronte all'intuizione dell'insensatezza e dell'inutilità del vivere (vv. 1-4). Ma subito affiora l'istinto di sopravvivenza. Torna la necessità di riaggrapparsi alla vita per non sprofondare nella voragine del non senso. Cioè per non morire. E allora, per una sorta di salvifico paradosso, a tenere a galla è proprio la quotidianità più logora e quasi insensata (vv. 5-10): mettere il dentifricio sullo spazzolino e mescolare lo zucchero al caffè. Eugenio Montale, con altre parole ma con sentire unanime, direbbe che, dopo "il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro / di me, con un terrore di ubriaco", "come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto / alberi case colli per l’inganno consueto": ritualità banali e sempre uguali a se stesse, che tuttavia rassicurano e riverberano agli occhi una parvenza di senso, per quanto illusorio. Ma Pierluigi Cappello pone una condizione precisa affinché la vita anche nelle sue minuzie più futili possa salvarci: l'attenzione dei e nei gesti, ossia la fiducia ingenua dei bambini, capaci di impegnarsi con cura anche nel gioco frivolo di ritagliare file di omini che si danno la mano o di pesci bocca contro bocca. Credendoci, semplicemente, senza domandarsi il perché. Affidarsi alle cose povere e piccole di ogni giorno, con infantile tenacia e convinzione: questo il solo modo per sfuggire alla morsa del vuoto alle spalle.

Consiglio di Gaia Lazzarini